Mi chiamavano “teacher”…

Racconto di Viaggio di Camilla, ospite presso l’Ostello del Villaggio Sole di Speranza ad Usa River, nei mesi di Novembre – Dicembre 2019.

Mi chiamavano “teacher”, ma credo che loro abbiano insegnato a me molto di più di ciò che io ho insegnato loro.

Ho passato un mese assieme ai bambini e alle Holy Spirit Sisters del villaggio Sun of Hope, un mese di semplicità e quotidianità, entusiasmo genuino e condivisione. Fresca di laurea scientifica ed abituata ad uno stile di vita “ai 100 all’ora”, ho deciso di partire come volontaria attraverso l’associazione Voci e Volti Onlus per USA River, ad Arusha, anche per trovare tregua e concedere del tempo a me stessa e agli altri. Quando si parte per un viaggio di volontariato, spesso lo si fa con l’animo pieno di voglia di fare, di aiutare, di cambiare. Per me è stato l’opposto. Non è che non avessi voglia di darmi da fare, piuttosto, sono arrivata senza grandi aspettative e programmi, ma con l’animo pronto a ricevere e ad accettare quello che mi veniva dato senza pretese. E così è stato, in un mese ho ricevuto migliaia di sorrisi, passato ore spensierate a saltare la corda e giocare con le Lego, ballato e cantato decine di filastrocche in una lingua incomprensibile.

Non ho mai avuto l’istinto materno, ma stringere quei bambini senza genitori mi ha fatto sentire madre. Non sono mai stata paziente, ma passare ore a guidare manine deboli e incapaci di tenere una penna riempiendo pagine di scarabocchi e letterine tremolanti, mi ha fatto sentire maestra. Non sono mai stata brava a cucinare, ma farmi su le maniche per creare con Mama Kelvin piatti ricchi e gustosi solo con farina, fagioli e erbe dell’orto su un vecchio fornello e una bombola di gas mi ha fatto sentire cuoca, donna capace di prendersi cura degli altri e della sua casa. Non sono mai stata una credente convinta, ma danzare e cantare con le sorelle del villaggio Sun of Hope mi ha smosso nel profondo, mettendomi in comunione e in armonia con le persone e la natura attorno a me, facendomi sentire molto di più di un aggregato di cellule finito lì quasi per caso.

 

Ho ricevuto molto, molto di più di quello che mi aspettavo e forse anche di più di quello che ho dato. Non è stato facile, i bambini mi prosciugavano le energie, soffrivo molto il caldo e arrivavo a sera sempre sfinita. L’Africa, inoltre, è un continente lento, difficile per chi è abituato e apprezza la dinamicità e le comodità europee, dove tutto è vicino, pronto, immediato. Ho trattenuto tante urlate con i bambini e sbuffate, e alcune volte non le ho proprio trattenute, ad essere sincera. Ma sono state molte di più le volte nelle quali invece non ho trattenuto le risate, come quando ho dovuto correggere gli esami di fine anno, o come quando ho tentato di insegnare loro il “gioco un, due, tre, stella!” (niente da fare…); e tante anche le volte nelle quali ho faticato a trattenere la commozione, come quando i bimbi della “mia” Baby Class hanno finalmente imparato i colori in inglese e i numeri a salto dopo mille modi escogitati per farglieli ricordare.

Durante la mia esperienza al villaggio Sun of Hope non sono stata valutata per le mie competenze, i miei voti e le mie certificazioni, come ormai è normale nelle nostre vite di tutti i giorni. Nel villaggio Sun of Hope ciò che conta davvero è saper accogliere, aiutare con quello che si ha, lavorare insieme perché tutti abbiano ciò di cui hanno bisogno. Fare quello che si può per garantire un futuro di speranza e opportunità a Irin, Godrich, Angelina e tutti quei meravigliosi bambini, alle cuoche, alle insegnanti e a tutti gli altri che si danno da fare nel villaggio. Mi è bastato saper scrivere e contare, avere una bella scorta di energia e voglia di mettermi in gioco per passare un mese incredibile, circondata da tanto calore umano, una natura mozzafiato e una cultura antica e ricca, tutta da scoprire.